Per amore di verità riporto "paro paro" un articolo, di un altro blog, su la Bhutto. Non ho mai indagato su di lei, non sono un reporter o un detective né tantomeno uno storico. So però che non mi piacciono i media italiani, mi piacciono meno dei media mainstream occidentali. Quindi lo riporto per completezza di punti di vista (ovviamente intendevo verità in questo senso), perchè come al solito dalle nostre parti la campana è sempre una.
Da: http://blogghete.blog.dada.net/post/702639/I+SOLITI+SOSPETTI#more
"Prima di versare troppe lacrime sulla sua fine, vediamo di ricordare, fuor di retorica, chi era realmente Benazir Bhutto, assassinata a Rawalpindi nella giornata di ieri. La Bhutto era stata accusata di corruzione e malversazione durante i suoi due incarichi come primo ministro del Pakistan, il primo alla fine degli anni ’80, il secondo a metà degli anni ’90. Secondo le accuse, la Bhutto avrebbe incassato oltre 1,5 miliardi di dollari, in buona parte da tangenti sulle concessioni governative. Un'accusa che non si è mai neppure curata di smentire o negare. Quando un giornalista le domandava della veridicità dei capi d'imputazione che le erano costati l'esilio dal suo paese, la Bhutto si limitava a parlare d'altro, oppure, arrogantemente, interrompeva all'improvviso l'intervista, alzandosi e uscendo dalla stanza. Si era presentata, dopo sei anni di esilio dorato, come l’unica persona in grado di fermare la deriva dittatoriale di Musharraf e di ripristinare la “democrazia” in Pakistan.
I suoi discorsi sulla “democrazia” erano doppiamente sgraditi ai cittadini pakistani. Sia perché “democrazia”, come si è visto negli ultimi anni, è ormai per due terzi del mondo non solo sinonimo di un sistema di governo screditato e malfunzionante, ma anche un ignobile pretesto con cui gli occidentali giustificano i loro massacri; sia perché, nel periodo in cui era premier, la Bhutto aveva adottato restrizioni delle libertà e dei diritti che a quelle di Musharraf non avevano proprio nulla da invidiare. Sotto il suo governo, il Pakistan ebbe uno dei periodi di più aperta violazione dei diritti umani che la storia del paese ricordi. La Bhutto era notoriamente legata a doppio filo al regime americano, che intendeva fare di lei un docile pupazzo con cui sostituire l’ex fantoccio Musharraf, il quale, dopo anni di sfrenato servilismo verso gli USA e di appoggio alle loro guerre di sterminio, aveva iniziato a recalcitrare e a voler fare di testa propria.
Osannata dai governi occidentali, ma assai poco apprezzata in patria, la Bhutto si era fatta conoscere per le proprie apparizioni ai gran galà politici di Miami, dove si presentava indossando vestiti perfino più succinti e scollati di quelli delle signore del luogo. Il che non è certo un crimine, ma neppure il miglior biglietto da visita per una donna che intenda candidarsi a guidare una nazione di religione musulmana. La sua rivalità con Musharraf era più apparente che reale, variava d’intensità con il variare delle contingenze politiche ed era comunque subordinata all’unico fine che alla Bhutto interessasse veramente: prendere nuovamente nelle proprie mani le leve del potere pakistano. Al di là delle chiacchiere di facciata, era stato lo stesso Musharraf a firmare l’amnistia che aveva consentito alla Bhutto di scrollarsi di dosso le condanne per corruzione, di tornare in patria nell’ottobre scorso e di rientrare prepotentemente nella competizione politica. Di lei perfino il New York Times scriveva: “Il suo comportamento all’epoca in cui deteneva il potere e la danza dei sette veli in cui si è abilmente prodotta al momento del suo ritorno – un momento opponendosi al generale Musharraf, poi dando l’impressione di volersi accordare con lui il momento successivo, senza mai far comprendere le sue vere intenzioni – ha suscitato fra i pakistani non meno sfiducia che speranza”.
V-Day. 25 aprile. V-Day. 25 aprile. Sull'informazione stavolta.
sabato 29 dicembre 2007
Per amore di verità
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1 opinioni:
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